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Generazione assente: le radici del disincanto giovanile e le strade per riportare i under-35 alle urne

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Generazione assente: le radici del disincanto giovanile e le strade per riportare i under-35 alle urne

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Alle ultime elezioni politiche nazionali, l'Italia ha registrato un'affluenza complessiva ai minimi storici. Ma dietro questa media nazionale si cela una frattura ancora più profonda: quella generazionale. Secondo i dati dell'Istituto Cattaneo e di diverse analisi del Ministero dell'Interno, la fascia d'età tra i 18 e i 34 anni risulta sistematicamente la meno presente ai seggi. Non si tratta di pigrizia o indifferenza superficiale. Si tratta di un segnale politico, silenzioso ma potentissimo.

I numeri di un'assenza che pesa

Nelle elezioni politiche del 2022, l'affluenza nazionale si è fermata intorno al 63,9%, un dato già preoccupante. Le stime disaggregate per fascia d'età rivelano che tra i giovani under-30 la percentuale di votanti scende in modo significativo rispetto alle generazioni più anziane. In alcune grandi città, come Milano e Roma, i seggi nei quartieri a prevalente composizione giovanile hanno registrato presenze inferiori al 50%. Un voto che non viene espresso non scompare nel nulla: si trasforma in un'assenza che altri riempiono al posto nostro.

Il paradosso è evidente: la generazione che ha più anni davanti a sé, quella che subirà più a lungo le conseguenze delle scelte politiche odierne — dalla gestione del debito pubblico alle politiche climatiche, dal mercato del lavoro alla previdenza — è anche quella che meno partecipa alla loro definizione.

Perché non si va più a votare: voci dal disincanto

Parlando con giovani tra i 20 e i 30 anni in diverse città italiane, emergono narrazioni ricorrenti. "Non cambia niente, votino o non votino", dice Martina, 26 anni, laureata in scienze politiche a Bologna. "Ho studiato le istituzioni per anni, ma non mi sento rappresentata da nessuno."

Federico, 29 anni, tecnico informatico a Torino, è ancora più diretto: "I politici parlano di cose che non riguardano la mia vita. Nessuno parla di affitti, di lavoro precario, di come faccio a costruirmi un futuro."

Queste testimonianze non sono casi isolati. Ricerche condotte da IPSOS Italia e dall'Istituto Demopolis mostrano che tra i giovani italiani i principali motivi di astensione sono: la percezione che il voto non produca cambiamenti concreti, la sfiducia generalizzata verso i partiti politici, la distanza culturale tra il linguaggio della politica istituzionale e quello delle nuove generazioni, e infine la sensazione di non essere ascoltati né rappresentati.

La trappola della rappresentanza mancata

Uno degli elementi strutturali del problema è l'età media dei rappresentanti eletti. Il Parlamento italiano è tra i più anziani d'Europa in termini di composizione anagrafica. Quando un giovane guarda il volto della politica nazionale, fatica a riconoscersi. Non si tratta di un pregiudizio generazionale, ma di una questione di prossimità: le persone tendono a fidarsi di chi condivide le loro esperienze dirette.

Inoltre, i temi che più coinvolgono i giovani — precarietà lavorativa, diritto alla casa, transizione ecologica, digitalizzazione — vengono spesso trattati in modo marginale nei programmi elettorali, oppure affrontati con un linguaggio tecnico che allontana anziché avvicinare.

Il ruolo dell'educazione civica: una generazione mal preparata?

C'è anche una questione formativa. Per decenni, l'educazione civica nelle scuole italiane è rimasta marginale, relegata a pochi moduli teorici privi di connessione con la realtà politica contemporanea. Solo con la Legge 92 del 2019 l'insegnamento dell'educazione civica è diventato obbligatorio e trasversale nelle scuole di ogni ordine e grado. Ma i suoi effetti sull'orientamento al voto si vedranno nel medio-lungo periodo.

Chi ha completato il ciclo scolastico prima di questa riforma spesso non ha mai ricevuto una formazione strutturata su come funzionano le istituzioni, come si legge un programma elettorale, o perché il voto di ciascuno ha un peso reale.

Cosa può fare il sistema politico: proposte concrete

Il problema è reale, ma non irreversibile. Diversi paesi europei hanno adottato misure concrete per aumentare la partecipazione giovanile al voto, con risultati incoraggianti.

Abbassare l'età di voto. In Austria, i cittadini votano già a 16 anni per le elezioni nazionali. In Italia, il voto ai 16enni è già attivo per le elezioni del Parlamento Europeo dal 2024. Estendere questa possibilità a tutti i livelli elettorali potrebbe avvicinare la politica nel momento in cui i giovani sono ancora inseriti in contesti formativi che facilitano la discussione civica.

Semplificare le procedure di voto. Il voto fuori sede rimane ancora oggi una procedura complessa per gli studenti universitari iscritti in città diverse dalla residenza. Semplificare il voto disgiunto e facilitare la domanda di voto nel comune di domicilio ridurrebbe una barriera pratica che pesa soprattutto sui giovani in mobilità.

Investire nella comunicazione politica accessibile. I partiti devono imparare a comunicare con i giovani nei luoghi dove questi si informano: podcast, piattaforme video, newsletter indipendenti. Non basta aprire un profilo Instagram: serve un contenuto autentico, capace di entrare nel merito dei problemi concreti.

Creare spazi di partecipazione intermedi. Assemblee cittadine, bilanci partecipativi, consulte giovanili comunali: sono tutti strumenti che avvicinano i cittadini più giovani alle decisioni pubbliche prima ancora che arrivino alle urne, costruendo un'abitudine alla partecipazione.

Io sono, io voto: il voto come atto di presenza

Disertare le urne non è una forma di protesta efficace: è una delega in bianco a chi vota al posto nostro. Ogni scheda non consegnata è uno spazio che altri riempiono, ridisegnando la politica secondo priorità che potrebbero non coincidere con le nostre.

Riconquistare i giovani alla democrazia non è solo una questione di numeri. È una questione di qualità della rappresentanza, di legittimità delle istituzioni, di futuro collettivo. Una democrazia che perde un'intera generazione non è una democrazia più silenziosa: è una democrazia più fragile.

Il cambiamento inizia da una scelta semplice, ma non banale: presentarsi. Esserci. Dire "io sono" con una scheda in mano.

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