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Diritti e Partecipazione

Dalle urne conquistate alle urne disertate: il lungo cammino delle donne nella politica italiana

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Dalle urne conquistate alle urne disertate: il lungo cammino delle donne nella politica italiana

Photo: Heinrich Schuhmann, Public domain, via Wikimedia Commons

C'è una data che ogni cittadina italiana dovrebbe tenere a mente: il 2 giugno 1946. Quel giorno, per la prima volta nella storia repubblicana, le donne italiane si recarono alle urne per votare il referendum istituzionale tra monarchia e repubblica e per eleggere l'Assemblea Costituente. Era un diritto atteso da decenni, strappato con determinazione a un sistema politico che aveva a lungo considerato le donne estranee alla vita pubblica.

Settantotto anni dopo, vale la pena chiedersi: quanto è cambiato? E soprattutto, quanto resta ancora da fare?

Una conquista non scontata

Il suffragio femminile in Italia non arrivò per grazia ricevuta. Arrivò dopo decenni di battaglie condotte da donne che rischiarono la reputazione, la libertà e talvolta la vita per affermare un principio elementare: che anche le donne sono cittadine a pieno titolo.

Le prime rivendicazioni organizzate risalgono alla fine dell'Ottocento. Figure come Anna Maria Mozzoni, che nel 1877 scrisse una petizione al Parlamento per il riconoscimento del voto femminile, o come le suffragiste che animarono i primi decenni del Novecento, seminarono un terreno che avrebbe impiegato generazioni per fruttificare.

Durante il fascismo, ogni istanza di emancipazione femminile venne sistematicamente soffocata. Il regime aveva una visione precisa del ruolo della donna: moglie, madre, custode del focolare domestico. La politica era affare da uomini.

Fu solo con la caduta del fascismo e la transizione verso la democrazia che il voto alle donne divenne realtà. Il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945 estese il suffragio alle donne maggiorenni, aprendo la strada alle elezioni amministrative del marzo-aprile 1946 e poi al referendum del 2 giugno. Ventuno donne vennero elette all'Assemblea Costituente: tra loro, Nilde Iotti, Teresa Noce, Angela Gotelli e altre figure che avrebbero lasciato un segno profondo nella storia italiana.

Le "Madri Costituenti" e il loro lascito

Queste ventuno donne non si limitarono a essere presenti: contribuirono attivamente alla redazione della Carta costituzionale, inserendo principi che ancora oggi rappresentano un baluardo dei diritti delle donne. L'articolo 3, che sancisce l'uguaglianza di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, e l'articolo 51, che garantisce l'accesso agli uffici pubblici in condizioni di eguaglianza, portano anche la loro firma ideale.

Eppure, per molti anni, questi principi restarono più sulla carta che nella realtà. Le donne votavano, sì, ma la loro presenza nelle istituzioni rimase marginale per decenni.

I numeri di oggi: progressi reali, divari persistenti

Oggi il quadro è diverso, ma non ancora soddisfacente. Secondo i dati del Ministero dell'Interno e dell'Istat, l'affluenza femminile alle elezioni politiche è storicamente in linea con quella maschile — e in alcuni contesti leggermente superiore. Le donne italiane votano. Il problema non è il voto in sé, ma ciò che accade dopo.

Nella XIX legislatura (avviata nel 2022), le donne elette alla Camera dei Deputati rappresentano circa il 31% del totale, mentre al Senato si attestano intorno al 34%. Numeri in crescita rispetto al passato — basti pensare che negli anni Settanta le donne in Parlamento erano meno del 10% — ma ancora lontani dalla parità.

La situazione peggiora man mano che si scende verso i livelli locali. Nei comuni con meno di 5.000 abitanti, la percentuale di sindache è storicamente inferiore al 20%. Nei consigli regionali, la rappresentanza femminile media si aggira intorno al 22-25%. E nelle giunte comunali e regionali, le donne tendono a ricevere deleghe considerate "minori", come politiche sociali e cultura, raramente economia o sicurezza.

Perché le donne sono ancora sottorappresentate

Le cause di questa sottorappresentanza sono molteplici e si intrecciano tra loro in modi difficili da districare.

Il primo ostacolo è strutturale: la politica italiana, come quella di molti paesi, è stata costruita attorno a tempi, logiche e reti di relazioni prevalentemente maschili. Le riunioni serali, i circoli informali, le dinamiche di candidatura interna ai partiti — tutto questo tende a favorire chi dispone di più tempo libero e di reti consolidate, condizioni che le donne raggiungono con maggiore difficoltà a causa del persistente squilibrio nel carico di cura familiare.

Il secondo ostacolo è culturale. Nonostante i cambiamenti degli ultimi decenni, persistono stereotipi che associano la leadership politica a caratteristiche considerate "maschili": autorevolezza, durezza, capacità di imporsi. Le donne che mostrano queste qualità vengono spesso giudicate con un doppio standard, criticando comportamenti che negli uomini vengono considerati normali o addirittura apprezzabili.

Il terzo ostacolo è mediatico. Le candidate e le elette ricevono una copertura giornalistica che troppo spesso si sofferma sull'aspetto fisico, sullo stile, sulla vita privata — elementi raramente considerati rilevanti per i colleghi maschi. Questo tipo di attenzione distorta scoraggia molte donne dall'avvicinarsi alla vita pubblica.

Gli strumenti per cambiare: quote, leggi, cultura

Nell'ultimo ventennio, l'Italia ha introdotto alcune misure per favorire la partecipazione femminile. Le leggi sulle quote di genere nelle liste elettorali — introdotte progressivamente a partire dagli anni Novanta e rafforzate con la legge Rosato del 2017 — hanno contribuito ad aumentare la presenza delle donne in Parlamento. La norma che prevede la doppia preferenza di genere nelle elezioni regionali e comunali ha prodotto risultati concreti in molti contesti.

Ma le quote da sole non bastano. Servono politiche di conciliazione tra vita lavorativa e familiare che rendano realmente praticabile l'impegno politico per le donne. Servono partiti e movimenti che investano nella formazione e nel sostegno alle candidate. Serve una cultura politica che consideri la diversità di genere non un obbligo formale, ma una risorsa.

Il voto come atto di consapevolezza

Per le donne italiane di oggi, votare non è solo un diritto: è il prolungamento di una lotta che altre hanno combattuto prima di loro. Ogni scheda depositata nell'urna porta con sé il peso di quella storia e la responsabilità di costruire un futuro più equo.

Ma votare non è abbastanza. Scegliere con consapevolezza — informarsi sui programmi, valutare le candidate, premiare chi ha dimostrato concretamente attenzione alle questioni di genere — è il modo in cui il voto diventa strumento di trasformazione.

E per chi sente il desiderio di andare oltre il voto: la politica ha bisogno di voci femminili a tutti i livelli, dai consigli di quartiere alle aule parlamentari. Il cambiamento non avviene da solo. Avviene quando chi ha voce decide di usarla.

Io sono. Io voto. E la mia voce conta.

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